Soldi

La Sala Rossini del Grand Hotel Vesuvio a Napoli risuonava degli applausi al termine del discorso di Jeff Mascano, uno dei dieci uomini più ricchi del mondo. Il suo patrimonio personale era valutato in oltre duecentocinquanta miliardi di dollari ma le stime peccavano sicuramente per difetto. Il cognome tradiva le sue origini italiane, partenopee in particolare e quello era anche il motivo della sua presenza lì quel giorno. Il Comune di Napoli gli aveva assegnato la cittadinanza onoraria per i suoi meriti in campo economico e finanziario e quale omaggio alle sue origini. I genitori, poverissimi, erano emigrati negli Stati Uniti quando Jeff, o meglio Goffredo, dal nome del nonno paterno, aveva solo tre anni. In America il padre, lavorando come operaio edile, si era dovuto indebitare per permettere al giovane Jeff di studiare e laurearsi. Il ragazzo l’aveva abbondantemente ripagato creando da giovanissimo una piccola Start Up che sarebbe diventata, nel giro di soli pochi anni, una gigantesca multinazionale.
La sua presenza in Italia e in particolare a Napoli, la sua città di origine, aveva suscitato l’interesse dei Media e la sala era gremita di giornalisti e personaggi del mondo della finanza, dell’imprenditoria e della politica. Terminate le interviste e gli incontri riservati, partecipò, insieme a un centinaio di ospiti selezionatissimi, a una cena offerta in suo onore dal sindaco di Napoli. Dopo cena, a mezzanotte inoltrata, assolti gli ultimi convenevoli Mascano poté finalmente rifugiarsi nella suite presidenziale a lui riservata. A dispetto dell’ora e delle fatiche della giornata l’uomo si rinchiuse in bagno per una buona mezz’ora dedicandosi a una pratica piuttosto insolita. Prese a radersi la lunga barba che gli incorniciava il volto e che costituiva un tratto distintivo della sua immagine pubblica. Con il viso totalmente glabro, indossò un paio di occhiali dalla spessa montatura nera e con lenti chiare ma non graduate. L’immagine riflessa nello specchio non assomigliava per niente a quella con cui il mondo lo conosceva. Al posto dello smoking nero d’ordinanza infilò un paio di jeans consunti, una felpa nera con cappuccio e scarpe da ginnastica bianche. Così conciato imboccò le scale per evitare il personale dell’albergo e seminare il suo onnipresente staff di impiegati e guardie del corpo. In prossimità della hall sgattaiolò nella sala ristorante e da qui nelle cucine dove erano in corso le pulizia notturne. Nessuno gli badò e poté uscire furtivo da una piccola porta di servizio che dava su una strada laterale dell’albergo. Il suo vezzo da miliardario annoiato era quello di frequentare nell’anonimato posti e persone normalmente interdetti a causa della sua notorietà globale. Via Caracciolo e il golfo di Napoli, si aprivano davanti a lui, lasciando il suo animo attonito perché appena consapevole ma immemore delle sue origini. Passeggiava accompagnato dal rumore delle onde e dall’odore del mare che si insinuava fin dentro i vicoli. Seguendo il navigatore dello smartphone percorse quasi tutta via Caracciolo per poi tornare sui suoi passi e addentrarsi verso l’interno fino a Forcella angolo via Giudecca. Quello era stato l’ultimo indirizzo napoletano dei suoi genitori prima di partire per gli Stati Uniti. Sulla sinistra, lasciandosi via Giudecca alle spalle, c’era uno stretto vicolo sormontato da un piccolo arco sul quale era costruito un minuscolo bilocale, una stanza sopra l’altra, con due finestre sovrapposte. Il loculo in cui probabilmente mamma Lucia l’aveva partorito cinquantaquattro anni prima. Incredulo e confuso proseguì oltre lasciandosi il suo primordiale nido alle spalle. Si inoltrò nei vicoli di Forcella in direzione della Stazione Centrale. Le strade, nonostante l’ora, erano piuttosto frequentate. Quando arrivò in quella che il navigatore segnalava essere via Firenze capì perché la zona fosse così popolata a quell’ora della notte. Sotto la sfilata dei lampioni o al chiarore di piccoli fuochi improvvisati decine di donne offrivano l’unico bene di cui evidentemente disponevano. Le macchine solcavano la strada in entrambe le direzioni fermandosi e ripartendo per trattare, lasciare o prendere una passeggera a pagamento. Mascano iniziò a percorrere la via, libero dagli sguardi adoranti e interessati che il suo enorme patrimonio era solito attirare, godendo furtivo dell’anonimato ormai perduto per sempre. Una perversione come un’altra, una delle poche rimastogli avendo da tempo esaurito quelle tradizionali ed esclusive ad appannaggio della ristretta Élite dei ricchissimi. Non aveva intenzione di andare con una di quelle donne ma gli piaceva essere guardato e trattato come una persona qualunque. Una ragazza, sotto la luce di un lampione, girata di spalle stava sistemando qualcosa nella borsetta e non si accorse di lui. Aveva i fianchi fasciati da microscopici short bianchi e un top bianco che le cingeva le spalle e il petto. Ai piedi le scarpe bianche con i tacchi altissimi evidenziavano il colore scuro della sua pelle. L’uomo si fermò ad ammirarla mentre un’altra con i capelli biondo platino gli si accostava provocante.
– che fai guardi o cerchi compagnia?
– prego?
– t’ piac’ a negra o t’ vuò fà nà bella bionda appassionata?
L’uomo sorrise divertito al suono della lingua dei suoi genitori. In America, il padre e la madre, tra di loro, parlavano solo in dialetto napoletano e quella per lui era diventata una seconda lingua. Lo comprendeva bene ma parlava un italiano stentato.
Nel frattempo la ragazza mora sentendo le parole della collega si era girata mostrandosi in tutta la sua bellezza. Doveva essere giovanissima, aveva un viso dolcissimo con occhi grandi e profondi. Le labbra carnose, accentuate dal cremisi del rossetto, le davano un’aria sfrontata e innocente al tempo stesso. Mascano restò imbambolato a guardarla.
– Mi piace ragazza bruna, please!
Disse rivolto alla donna bionda per liberarsene. Quella lo guardò aggrottando le sopracciglia e si ritrasse borbottando.
– Chi T’è muort’, American’ ‘e mmerda!
L’uomo fece finta di non avere compreso l’imprecazione e si avvicinò alla ragazza bruna che nel frattempo gli sorrideva.
– Signò, vi piaccio? Io però costo caro! La qualità si paga! Sennò v’avite accuntentà d’ nu cess’ comm’à Deborah, chilla stronza tinta!
La ragazza aveva colto l’interesse dell’uomo nei suoi confronti e tentava di massimizzare il potenziale profitto.
– Prezzo non è problema! Ma io volere solo parlare.
– Costa uguale, pure solo parlà!
– Va bene risolviamo subito problema di soldi.
L’uomo cacciò dalla tasca un grosso rotolo di banconote, prese due fogli da cento euro e li diede alla ragazza.
– Questi vanno bene?
– Azz’ stai carico assai! Si vann buon’, chi vuò fa?
– Ti ho già detto, voglio parlare un poco.
– E jà parlamm’! Chi vuò sapè?
– Quale essere tuo nome?
– Mi chiamo Francis commà a mia nonna!
– No napoletana?
– ‘I song nata a Napul’ ma i miei genitori eran’ marocchini.
– Erano? I tuoi genitori morti?
– E si nun fosser’ muort’ io stav’ a fà à zoccola secondo te?
– Tu bellissima, potere fare tutto quello che vuoi!
– E proprio perché sò bellissima, prima o poi, tutti m’ voglion’ fott’. Allora è meglio se mi autogestisco. Tengo doi frati chiù piccerell e c’ poss bada sul io. M’ servn’, tanta sold’ e solo accussì ì riesc’ a guadagnà!
Jeff scuoteva il capo dispiaciuto e, sovrappensiero, non si accorse dell’uomo che arrivava alle sue spalle. Il primo colpo lo prese sul collo mandandolo a sbattere pesantemente a terra. Gli altri colpi furono sferrati mentre era a terra fino a fargli perdere i sensi. Il sangue sgorgava copioso dal naso e dalla bocca. L’aggressore, rapido, gli frugò le tasche trovando subito il fascio di banconote, poi gli sfilò lo zainetto nero che portava sulla schiena. Quando ebbe finito si rivolse alla ragazza che lo guardava silenziosa;
– Francis, tu nun è vist nient’ è capit’?
– Agg capit’ Ciro, mò vatten’ e statt’ buon!
L’uomo a terra ci mise quasi un quarto d’ora per iniziare a riprendersi. Francis gli era rimasta accanto tamponando con un fazzoletto il sangue che fuoriusciva dal naso e dalla bocca. Del resto era stata pagata per le sue prestazioni, qualunque esse fossero. Un’altra donna si era nel frattempo avvicinata ai due. Dal suo posto di lavoro, un lampione trenta metri più avanti, aveva assistito a tutta la scena e adesso, vista anche la penuria di clienti, si era avvicinata.
– Francis, aiutal’ a turna’ a casa ca quest t’ da’ n’ata cosa ‘e sord, sient’a me!
Carmela, una veterana di via Firenze, aveva preso in simpatia la giovane ragazza di colore e cercava sempre di aiutarla nella difficile vita di strada.
– Facc’ lava’ a’ faccia e miettc’ nu’ cerotto ao’ taglio ca chillu merd c’ha fatt’ ngoppa ‘o sopracciglio.
– Ha fai facile tu! Addo’ à facc’ tutta st’operazione? L’aggia purta’ au Spitale?
– Ma qua’ Spitale! Portall’ da Pino, au panificio, iss t’aiuta, c’ puoi giura’!
– Carmela, ma t’ sient’ buon? O’ ssai cà io, a Pino, nun m’ pozz’ avvicina’!
– Tu si’ proprio scema! Pino t’ vo’ bene, u’ vuò capi’ o no? Aspetta solo ca tu t’ fai capace e invece tu continui a fà à stronza.
– Pur io c’ teng’ a Pino ma iss nu po’ stà co nà zoccola!
– Allora nun è capit’ proprio niente. Si c’è n’omm cà ave ‘e pall’ d’ pigliass’ a una e nui, nà zoccola, e volergli bene, chillo è proprio Pino!
L’insegna luminosa del panificio “Da Lellino” era accesa ma con la serranda chiusa, segno che dentro si stava lavorando per essere pronti all’apertura al sorgere dell’alba. Spesso le donne di via Firenze bussavano alla saracinesca per prendere qualche cosa da mangiare durante le lunghe veglie passate all’aperto.
I colpi battuti sulla saracinesca innescarono la voce di Pino proveniente dall’interno:
– Chi vatte stanotte?
Una lunga pausa di esitazione precedette la risposta:
– Pino, so’ Francis! Teng’ bisogn’ d’aiut’!
Mai, prima di quella sera, la serranda del panificio si era aperta così velocemente e del resto Francis non aveva mai bussato prima.
Pino, con la maglietta bianca d’ordinanza, il grembiule chiazzato di farina e gli occhi sgranati temeva che a Francis fosse accaduto qualche cosa di male. Non era mai riuscito a levarsi dalla testa quella ragazzina costretta a quel mestiere e che sfuggiva ad ogni tentativo di redenzione. Quando i genitori di lei erano ancora vivi, la mandavano da lui a prendere il pane perché il suo era l’unico panificio della zona a fargli ancora credito. All’epoca, troppo sconvolto e preso da altri problemi, non aveva percepito il dramma di Francis che alla morte dei suoi era rimasta da sola ad occuparsi dei due fratellini più piccoli. Quando se n’era reso conto ormai era troppo tardi e lei da allora aveva sempre voluto evitarlo. Sentire la voce della ragazza quella notte, dietro la serranda abbassata, lo aveva fatto trasalire;
– Francis, Maronna mia, stai buon’? Che è succiess’?
Le chiese mentre la squadrava attentamente per vedere se fosse ferita.
– Scusami Pino, nun t’ volevo disturba’ ma stu’ signore è stato aggredit’ mentre era cu me’ e nun sapevo dove l’avia purta’!
Un velo di tristezza attraversò lo sguardo di Pino alla vista dell’uomo appoggiato al muro di fianco all’ingresso del locale con il volto insanguinato.
– È nu’ cliente? – si lasciò scappare incautamente, suscitando la reazione stizzita della ragazza!
– Ho sapev’, nun l’avia purtà qua’! Lascia sta’, mo’ c’ n’ jamm’!
E fece dietrofront per tornare sui suoi passi.
Ma Pino fu più svelto, la prese per un braccio e la spinse nel locale.
– Statt’ buon’ e vieni qua’!
– Comunque stavamo solo parlando ma stu fess’ a cacciat’ nu rotolo e sordi accussì gruosso cà l’hanno vist’ pur da’ a luna. Poi è arrivato Ciro ò pazz’, l’ha riempit’ e mazzat’ e l’ha ripulito!
– Che t’ha fatt’ a te Ciro?
– Niente, nun se permesso e m’ tucca’. Se’ pigliat’ i soldi e ‘u zainetto ‘e stù scemo e se ne’ ghiut’.
– Agg’ capit’, trasit’!
Nel panificio il caldo e l’odore del pane appena sfornato aiutarono a calmare gli animi ancora scossi. Jeff Mascano fu curato da Pino con una certa competenza, frutto degli anni in cui pestare o essere pestati erano circostanze all’ordine del giorno. Mangiò anche un maritozzo appena sfornato e stette seduto cercando di recuperare un minimo di lucidità mentre osservava il lavoro operoso e preciso dei ragazzi che lavoravano nel panificio. Pino e Francis stavano seduti uno di fronte all’altro parlando sottovoce e ogni tanto gli lanciavano un’occhiata per vedere se si fosse ripreso.
Improvvisamente tutto fu chiaro e seppe cosa fare;
– Io devo arritrovare mio zaino urgente! Voi potete aiutare me?
– Che c’è nello zaino di così importante? – chiese Pino, sorpreso che la perdita dello zaino lo preoccupasse più dei soldi e perfino delle ferite riportate.
– Stare il mio Personal Computer. Ci sono file molto importanti e Top Secret di Governo. Io devo recuperare capite? Cosa facciamo? Chiamiamo Police?
– ‘E mo’ u’ trova o’ zaino ‘a Police! Scordatell’!
Il viso dell’uomo già abbondantemente provato dalle mazzate ricevute assunse un’espressione di profondo sconforto.
– Io molto importante e molto ricco, se voi aiutare me io do’ a voi grande ricompensa!
Pino chinò la testa scrutandosi attentamente le scarpe bianche di farina. Dopo alcuni istanti, in cui nessuno osò rompere il silenzio, si alzò e spinse l’uomo ancora dolorante verso l’uscita.
– Tu mò vieni cu’ me e pur’ tu Francis!
– E io che veng’ a fa’?
– Tu devi venire perché Ciro t’adda vere’ cù me! Solo accussì starai sicura.
La riflessione di poco prima aveva dato i suoi frutti. La ricompensa sarebbe servita come pretesto ma il vero obiettivo era la ragazza, l’occasione di allontanarla finalmente dalla strada. Nel rione tutti sapevano del suo debole per lei e solo per questo nessuno dei protettori che gestivano via Firenze aveva mai provato a prendere la ragazza nella propria scuderia. Francis era una delle poche indipendenti di quel tratto di strada.
Il drappello si avviò lungo via Firenze seguendo Pino che procedeva in testa e sembrava avere ben chiaro dove andare. Imboccarono via Torino in direzione della Stazione Centrale e dopo avere percorso circa duecento metri si fermò davanti a una porta di metallo verde e ci batté sopra un colpo secco con la mano aperta.
– Lazzaro, apri sta’ porta sò Pino ‘o Lupo!
La porta si aprì immediatamente lasciando entrare il ragazzo in quell’antro buio. Jeff e Francis rimasero fuori ad aspettare.
– Chi essere questo Lazzaro?
– Nun è niscun’, è solo nu’ spacciatore ca’ sta sempre jettat’ int’ a chillù buco fetente!
– Lazzaro avere rubato mia borsa e picchiato me?
– Ma quando mai, Peppino non farebbe male a una mosca!
– Peppino? Suo nome non essere Lazzaro?
– No, iss’ si chiama Giuseppe ma tutti ‘o chiamman’ Lazzaro.
– Ho capito! Lazzaro essere il suo ‘surname’, soprannome?
– Brav’, è capit buon’!
– Perché suo surname essere Lazzaro?
– Perché è risuscitato almeno un paio di volte. Peppino era nu’ tossico e s’iniettava tutt’ quell’ ca’ truava. È jut’ in overdose due volte e due volte è sopravvissuto. Perciò mo’ tutti ‘o chiamman’ Lazzaro.
– E invece perché tuo ragazzo ha surname Lupo?
– Intanto Pino non è il mio ragazzo e tutti lo chiamano Lupo perché ha sempre lavorat’ ‘e notte e fà paura a tutti.
– Paura? Sembra bravo ragazzo perché fare paura a tutti?
– Pino adesso ha messo la testa a posto ma fino a qualche anno fa era il peggio delinquente del quartiere, nù camurrista fatto e finito. Tutti tenevano paura ‘e lui e lo rispettavano. Poi ha cambiato vita e s’è aperto il panificio.
– Perché Lui cambiato?
– Nà sera l’hann sparat’ ma invece d’accir’ à iss’ hann’ acciso a Lellino, ò fratello chiù piccolo, che stava con lui.
– Per questo panificio ha insegna “Da Lellino”?
– Si per questo! Pino da allora non è stato più lo stesso. S’è vendicato ma nun è bastat’ per farsi passare i sensi di colpa. Così ha lasciato ù Sistema, ‘a Camorra, e sè mess’ a faticà. Ha sperato che a fatica, i nuttat’ in bianco gli potessero fà dimenticà a Lellino.
La porta di ferro verde si aprì di nuovo, Pino tornò in strada e li raggiunse.
– Lazzaro nun sape niente! Non vede a Ciro da parecchi giorni e avanza pure parecchi soldi da lui.
– Che facimm’ mo’?
Chiese Francis impaziente.
– Mo’ jamm da ò “Pupar’”! Iss sicuramente sà qualche cosa.
– Si avviarono, seguendo Pino, lungo via Annunziata fino ad incrociare via Forcella. Pino camminava avanti svelto mentre Jeff e Francis, per via dei tacchi alti di lei, procedevano più lentamente.
– Chi essere questo “Puparo?
Chiese sommessamente Jeff disorientato.
– O Pupar’ praticamente è nu telefono vivente. Sì vuoi fa n’ambasciata a qualcuno e vuoi esser sicuro che nisciun’ ò vene a sapè, allora vai da Don Carmine, ‘o Pupar!
– Non ho capito bene!
– Oggi tutto si può intercettare, telefonate, messaggi, conversazioni e pure i pizzini. Invece Don Carmine no! E’ impossibile da intercettare! Tu vai da iss’, lasci un messaggio per qualcuno e quello lo riferisce solo alla persona e a nessun altro.
– Ma c’è sempre il messaggio.
– Allora nun è capit! Don Carmine non scrive niente, tiene tutto a memoria, è infallibile.
– Perchè si chiama Puparo allora?
– Perché, tra un messaggio e l’altro, come seconda attività costruisce i pupazzi del Presepe. A San Gregorio Armeno lo conoscono tutti. I pupazzi suoi sò i chiù belli e Napul’.
Arrivati all’incrocio con Via Colletta Pino si fermò davanti a un basso chiuso da una vecchia porta di legno sverniciata. Bussò e una voce dall’interno risuonò chiara:
– Trasite, a porta è aperta!
Quattro scaloni di pietra scendevano fino a un vano angusto e buio, illuminato solo da una lampadina appesa al soffitto sopra un tavolone di legno. Dietro il tavolo, seduto e illuminato solo dalla luce giallastra della lampadina, si stagliava la figura di un vecchio arnese con una folta barba bianca e un minuscolo paio di occhialini tondi schiacciati su un naso grosso e bitorzoluto. Il tavolo era ingombro di pupazzi ancora da finire, vasetti di vernici, pennelli e materiali di ogni tipo: pezzetti di stoffa, legnetti, frammenti di metallo e in un angolo un grosso bottiglione pieno a metà di un vino scuro e denso. In netto contrasto con il disordine generale, su una vecchia madia di legno scuro, appoggiata alla parete di fondo, stavano allineati una quarantina di pupazzi finiti e perfettamente in ordine, in fila per tre. Erano divisi per genere, maschi e femmine e per professione, Pastori, Re Magi, Artigiani, Contadini e, separati dagli altri, sicuramente in segno di rispetto, una decina tra San Giuseppe, Madonne e Bambinelli. Nell’aria l’odore di vernice si mischiava a quello del legno e del sigaro, ancora fumante accanto alla bottiglia del vino. In pratica si respirava a fatica.
– Pino ‘o lupo! Sì proprio tu? ‘A cosa è grave si t’ si scomodato a vini’ fino a qua!
– Un saluto a voi, Don Carmine. Agg’ bisogn’ ‘e nu cunsigl’ da un uomo saggio commà a vui!
– Pinu’, io faccio ambasciate nu dac’ consigli!
– E oggi vi chiedo di fa’ n’eccezione pecchè sta cosa l’aggia’ risolve mo’ stess!
– T’ascolto Pino, ma solo pecchè sacc’ che ‘e te mi posso fida’!
– Don Carmine, devo trovare a Ciro, e solo voi mò putit’ fà truà stanotte.
– ‘E quale Ciro stamm’ parlann’?
– Ciro ò Pazz’ e chi sennò?
– Me l’ero immaginato ma volevo essere sicuro.
Il vecchio fece segno a Pino di avvicinarsi per potergli sussurrare all’orecchio.
– Chi è stu’ cristiano co’ o’ sang’ n’faccia e chi è sta’ ‘uagliona scura?
– ‘O sangue è opera e’ Ciro e se’ pigliat’ na cosa che non doveva toccare. Perciò l’aggia trua’ subbito! A femmena è Francis, fatica a via Firenze ma è a posto, garantisco io.
– Vabbuo’ aggio capito. Arriva fino a Corso Umberto e la’ parli co’ a sorveglianza a nome mio. E’ capit’?
– Agg’ capito Don Carmine grazie assai!
Uscirono da quel buco maleodorante e percorsero tutta via Colletta fino a incrociare l’ampio Corso Umberto.
– Dove stiamo andando?
Domandò Jeff alla ragazza.
– Avimma consultà à videosorveglianza a Corso Umberto.
– Avete sistema elettronico di videosorveglianza? – Chiese Jeff stupito
– A sorveglianza è video ma d’elettronico nù tene niente!
Erano ormai quasi le cinque del mattino e il silenzio avvolgeva la via normalmente caotica e trafficata. Percorsi pochi metri Pino si accostò a un portone e premette tre volte il tasto di un citofono. Appena sopra le loro testa si aprì una finestra e una donna dai capelli scuri si sporse fuori per guardare chi avesse suonato.
– Chi siete voi?
Chiese con la massima naturalezza nonostante l’ora insolita.
– Buongiorno donna Luisa, io so Pino ‘o lupo, ci manda Don Carmine ‘o Pupar’!
– Ho capito! Che ve serve?
– Aggia vere’ subito a Ciro ò pazz’, è una cosa importante assai.
– Vabbuo’, restate qua’ intorno, mo’ vec’ che s’ po’ fa’!
Si sporse ancora di più dalla finestra e mettendo le mani a cono intorno alla bocca gridò verso il fondo della via.
– Carmela, Carmè!
Da molto lontano arrivò una risposta sotto forma di un altro urlo
– Tutt’ a posto Luì?
– Si tutt’ a post’ Carmè. Stamm’ cercando a Ciro ò Pazz. Famm’ sape’ dove e quando. Ma c’è serv’ subito, ‘o Pupar tiene bisogno urgente!
Altre grida si susseguirono sempre più lontane portate a spasso dal vento da una finestra all’altra in una melodia primordiale. Come aveva detto Francis, il sistema di videosorveglianza della zona con l’elettronica non c’entrava affatto. Dopo una mezz’ora circa le grida tornarono ad avvicinarsi e la finestra della signora Luisa si aprì nuovamente. La voce di Carmela era potente.
– Luisa, l’autobus cà cercavi passa alle sei precise a piazza dà Borsa, sottu’ ù monument, ‘e capit?
– Tutt’ a post’ Carme’, grazie assai!
Poi fece segno a Pino di avvicinarsi e gli riferì il messaggio e una raccomandazione.
– Pino, io ò sacc’ ca tu sì n’omm d’onore ma te ha stà accurt’! Ciro è pericoloso pure p’ uno comm’a te!
– Grazie assai donna Luisa, state tranquilla e a Maronn V’accumpagn’!
Il terzetto si avviò nuovamente seguendo Pino. Dopo circa mezz’ora di cammino arrivarono in una grande piazza, con la statua di Vittorio Emanuele II al centro. Pino salì le scale che portavano al monumento mentre Francis e Jeff si accostarono ad un’edicola lì vicino.
Le sei erano passate da alcuni minuti ma nessuno si era ancora presentato all’appuntamento. Pino se ne stava appoggiato alla statua di Partenope che sembrava messa lì apposta per fungere da sostegno alle sue spalle stanche.
All’improvviso Ciro spuntò da dietro l’edicola e afferrò con forza Francis dai capelli strappandogli un grido soffocato di dolore e di paura.
– T’avia ditt’ d’ farti i cazzi tuoi, negra ‘e merda! Che ci fate qui, tu e stù strunz’? Vulit’ fà na’ brutta fine?
– ‘A brutta fine a fai tu Ciro si nun lasci sta figliola mo’ stess’!
Pino si era mosso veloce non appena aveva visto sbucare furtiva la figura di Ciro.
– Pino ‘o Lupo e tu che cazz’ ci fai qua?
– T’agg’ ditta lascia a Francis, prima ca t’ tagl’ a capa! Song’ io cà t’ cerco! L’appuntamento è cummè!
Ciro mollo istantaneamente la testa della ragazza che si rifugiò tra le braccia di Pino, pronto ad accoglierla e rassicurarla..
– Io mi credevo cà a negra avesse spiato ‘u nome mio. Ma tu Pino che c’è trasi?
– Aggià recuperà na cosa ca t’ si pigliat’ stasera e ca nun s’ pò tuccà!
– Via Firenze è zona mia e mi piglio quell’ che cazz’ mi pare!
– Allora nun è capit! I soldi te li puoi tenere ma ‘u zainetto cò computer me l’hai dà mò stess’, e stai tranquillo che sarai ricompensato!
– Si t’ sì scomodato tu p’ recuperà solo nù computer addà essere nà cosa assai importante.
– Si svelto a capì quando s’ tratta d’ fà soldi? Quando t’aggia da’ p’ ‘o zainetto?
– Cinquemila euro possono bastare! E’ nù problema?
– Jeff stava per intervenire, soppesando che la cifra richiesta per lui era ridicola, ma Pino lo zittì con un gesto autoritario della mano.
– Mè preso p’ nu ‘nzallanuto? Ti stò facendo un favore, nun l’è capito? ‘O computer tene cose riservate assai e stu’ strunz che hai vattuto è n’americano ma lavora pò Sistema. Ci stanno queste quattrocento cocozze per te. Pigliatelle e porta ‘o pacc’ mo’ stess.
Dalla tasca aveva estratto quattro biglietti da cento euro e li porse a Ciro che dopo qualche attimo di esitazione li afferrò e li mise nella tasca dei jeans.
– Aspetta qua, mò veng’!
Disse allontanandosi dal gruppo.
– Potevamo dargli quello che voleva, non essere problema per me.
Osservò Jeff che non comprendeva il motivo di quella trattativa.
– Se Ciro capiva che poteva avere quello che voleva tu ‘o computer non lo vedevi nè ora nè mai. Solo ‘a paura d’avè fatto nù sgarro a ò Sistema ‘o poteva convincere.
Dopo circa dieci minuti videro Ciro tornare con lo zainetto. Jeff ne controllò il contenuto e certificò che era tutto a posto. Stavano per andarsene ma Pino chiamò Ciro per quello che era il vero motivo per cui si era preso tanto disturbo.
– Ciro, una cosa dev’essere chiara! In tutta sta storia Francis nun c’ trase niente, è capit’? Francis è cosa mia e se uno di questi giorni gli succede qualche cosa, nù cliente la vatte, nà macchina l’investe e pure se la colpisce un fulmine mentre chiove, per me ‘o responsabile sarresti tu? E’ capit’? E allora io non perdono!
– A fra’, statt’ tranquill’, io e te stamm’ appost’ accussì!
Erano le sette inoltrate e il sole era già caldo quando giunsero nei pressi dell’Hotel Vesuvio.
Jeff volle abbracciare i due ragazzi che l’avevano tratto d’impiccio in quella inconsueta avventura vissuta nella città che avrebbe potuto essere la sua.
– Io adesso fare avere a voi ricompensa per grande aiuto che avete dato oggi.
– Jeff tu lo sai dove mi puoi trovare. Se mi vuoi fare un regalo quando passi da Napoli vienimi a trovare che ci pigliamo un caffè insieme.
– Ma io devo dare ricompensa a te adesso!
– Jeff, quello che mi potevi dare mo’, me l’hai già dato, guarda!
Disse mostrando la mano di Francis saldamente stretta alla sua. L’avventura di quella notte aveva dissolto la barriera eretta in quegli anni tra i due. Francis aveva capito quanto Pino ci tenesse a lei, nonostante tutto, e che avrebbe fatto ogni cosa per averla vicino. Jeff li salutò calorosamente mentre rientrava in albergo dalla porta principale sotto lo sguardo stupito dell’uscire in divisa all’ingresso dell’Hotel.
– Hai capito con chi abbiamo passat’ a nuttata?
Chiese Pino a Francis che lo guardava in silenzio scuotendo il capo.
– Guarda là!
e indicò il manifesto ancora attaccato alla porta dell’Hotel che pubblicizzava la conferenza del giorno prima tenuta dal multimiliardario Jeff Mascano.
– Sè tagliat’ a barba e sè mis’ l’occhiali p’ nun si fà riconoscere ma è iss’, è Jeff Mascano, è capit’?
– Azz’, ma chill’ è l’omm’ chiu’ ricco do’ munn’!
– ‘O sacc’ chi è, ma mò che l’è conosciut’ che te ne pare?
– Ma che ne sacc’, che ne putimm capì nui!
Pino sorrise, abbracciando stretto Francis che finalmente si abbandonava tra le sue braccia.
– Jeff tene tanta soldi ma i soldi fann’ avvicinà solo le iene! Lo sai che sò i soldi amore mio? ‘E pagliacciate dei vivi.
– Nun t’ capisc!
– Stamm’ a sentì. I soldi nù valgono niente, manco a carta p’ stamparli. Servono solo a misurà. Tra nu metro e nu bigliett‘ ‘e cient’ euro nun c’è nisciuna differenza!
– Ma che staì a dì? A nuttata t’ha fatt’ male?
– Pensaci! ‘O metro serve per misurà nà lunghezza, i sordi servono p’ misurà nù valore. Si hai fà nù palazzo t’ serve nù metro p’ misurà l’altezza e i sordi p’ misurà quanto vale. Ma quell’ cà conta sò i materili e a fatica ca c’ vole per costruirlo. I sordi servono solo p’ misurà a sustanza e a fatica!
– Forse sò stanca a quest’ora ma proprio nun t’ capisc’!
– Fà conto ca Jeff stà ngoppa a n’isola deserta cu tutti i soldi soi. Si nu tene a mangià che fà? S’ magna i soldi? Gnoppa a quell’isola na noce ‘e cocco e nu pesce fresco vale chiù d’ tutti i soldi soi! I soldi misurano o valore ma nun valgono nu cazz’! Mò è capit’ addò stà a ricchezza vera? E’ capit perché uno commà Jeff, co tutti i soldi ca tene, se n’ và in giro ‘e notte a cercà cumpagnia?
– No spiegammel’!
– Amore mio, Jeff è ricco assai, ma quanno ll’ossa se fanno pesante t’accuorgi ca a livella è là che aspetta e ò cancello prima o poi s’adda aprì!
– E chi vuoi dì? Nun t’ capisc’! Quale Cancello Pino e quale Livella?
– Ascolta ‘e parole do’ Principe: “A morte ‘o ssaje ched”e?…è una livella, ‘Nu RRe,’nu maggistrato,’nu grand’ommo, e pure nu miliardario comm’à Jeff, trasenno stù canciello ha fatt’o punto, c’ha perzo tutto,’a vita e pure ‘o nomme. E i pagliacciate ‘e fanno solo i vivi nui simm’ seri, appartenimmo’ ‘a morte!
– Questo è Toto’!
– E certo, il Principe De Curtis la sapeva lunga! Sulla vita e pure sui soldi, ‘e pagliacciate dei vivi!
– E co questo che vuo’ dì?
– Voglio di’ che quello, Mascano, se ne va in giro ‘a notte, di nascosto, perché adesso, cò l’anni ca passano, ll’ossa se fanno pesante pure p’ iss e s’è accorto che tutti i soldi ca tene nu bastano per accattarsi chiù tempo prima che arriva ‘a livella. E ha pure scoperto tutto quell’ che i soldi gl’hann fatt’ perd’ e che non s’ po’ accattà.
– E che ha perso p’ via dì sord’?
– I soldi l’hann fatt’ perd’ l’amici e l’amore quello vero! Quell’ ca tinimm’ nui adesso, iss non l’ha mai putut’ avè e nun c’ sò abbastanza soldi per’ accattaresello? A verità sai qual è Amore mio? Jeff, in fondo in fondo, nonostante i soldi ca tene è solo nù Pover’ Crist’!

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